



le troppe parole già dette, anche a potersele rimangiare tutte, hanno già conformato una congerie tale di sensi e significanze che ogni possibilità di rettifica, ogni emendemanto, non hanno valore di applicazione o ambito di influenza.

all'improvviso, quasi cadevo dalla poltrona (e sì che ha la seduta bella profonda), ho pensato che possiamo sempre fare qualcosa per cambiare le cose, anche quando non esiste più margine di manovra, potendo almeno lavore su noi stessi, sino all'ultimo dei momenti. ho pensato che non dobbiamo necessariamente attendere che il caso ci ponga in una posizione in cui le nostre pensate o azioni possano cambiare alcunché, in ogni momento possiamo essere noi i fautori dei fattori che innesteranno poi un cambiamento: che non abbiamo queste pulsazioni cardiache perché siamo cellule dormienti in attesa della viremia, ma bensì perché siamo gettati dentro, perché siamo organici all'inarrestabilità, alle forze di marea, ed anche nella coazione a ripetere esistono fasi di rivoluzione. ho pensato che può essere facile mettere in gioco tutto di noi, tutto ciò che siamo e abbiamo, pur di salvare od emendare anche la parte più piccola, la meno influente.
ho pensato, come potrei pensarlo ancora adesso, e non smettere più di ritenerlo inconfutabile, che è possibile e doveroso avere fiducia nelle possibilità di perfezionamento dei nostri tentativi, di quanto in verità possiamo apprendere dalle nostre sconfitte per tramutare la nostra impotenza nell'energia che carburerà il mondo domani. imparare dalla rinuncia alla nostra comoda e fruttuosa ipocrisia -quando non collusione con il corruttore, con colui che inquina, uccide, stupra- per tramutare il nostro disimpegno retribuito di oggi nella costituzione della città futura, anche se questo dovesse costarci tutte le sofferenze che potremo sopportare. poi mi sono accorto che il bicchiere era vuoto, allora mi sono dovuto alzare, raggiungere il frigorifero, tirare fuori dalla ghiacciaia la grappa alle pere williams, riempire il bicchiere sino all'orlo e tornarmene in poltrona, perché l'ubBbriacatura potesse continuare a sollazzarmi meglio che il cinematografo
, come a volte può ed infatti fa
sono in campagna elettorale per conto dei miei padroni. io lavoro come volontario, non percepisco neanche un indennizzo e vorrei che i miei padroni fossero eletti a grande maggioranza, con un indice di gradimento elevatissimo. vorrei che i miei padroni, attraverso il quasi plebiscito che dovremmo offrire loro, si sentissero ricambiati. vorrei potessero percepire le cure che desideriamo dedicare loro. che realizzassero quanto noi siamo loro grati per gli sforzi da loro compiuti per digrossare le nostre vite, degnificare le nostre esistenze. avrebbero potuto arroccarsi nelle loro torre d'avorio a spartirsi i loro grassi privilegi. lasciarci appena intravvedere la felicità alla quale partecipano. invece hanno messo a rischio la loro medesima beatitudine per la nostra salute, il nostro benestare. mettere a rischio la beatitudine, assoluta, per un benestare, un misero contingente... l'improponibile mancanza di equilibrio di questa proporzionalità è la grandezza numerica e fattuale dei miei padroni, la salacità della loro geniale sregolatezza: loro non fanno una cosa perché non è possibile sottrarsi alla necessità: loro fanno qualcosa solo se ne hanno talento....
come quando un cliente, tipo il sindaco della citta di b**** e professore universitario, quello che quindi t'aspetteresti un cervello affilato, che fende la nebbia e compatta rotoballe, che ormai ti conosce da cinque anni e che da quando ti conosce tu non hai mai smesso il cartellino alla tasca della giacca con su il tuo nome, ti chiede: <<giovanotto, me lo ricorda il suo nome così quando mi serve la chiamo correttamente?>> 
o come quando un cliente ti chiede: <<c'è problema se torno tardi???>> e tu rispondi: <<no signore, c'è sempre qualcuno...>> e percepisci che quello comincia ad innervosirsi: <<che sono costretto a tornare presto se no mi lasciate fuori... ???>> e tu un poco incredulo replichi: <<no, signore, ho significato che può rientrare quando vuole, noi siamo qui ventiquattrore al giorno!!!>> e quello quasi paonazzo: <<se state aperti tutto il giorno potevate rimanere un poco aperti anche alla notte per permettere a noi clienti un po' di libertà...>> e tu che deglutisci e cerchi di rimediare: <<signore mio siamo aperti notte e giorno: lei rientri quando desidera...>> mentre quello affonda nella sua psicosi: <<non cerchi di rabbonirmi, sa, io sono stato nei migliori alberghi del mondo e non ho mai incontrato una tale pochezza di servizi...>>
e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla e mi parla berlusconisilvio e a me mi parla (berlusconisilvio)
come se, durante la celebrazione di un matrimonio, all'ufficiale dello stato civile sfuggisse di mano la fede della sposa, prima di poterla consegnare nel palmo aperto verso l'alto dello sposo, e con sonante tinnio aureo l'anello toccasse il pavimento in marmo per rimbalzare più volte in rapidissime ellissi, e poi sparire in un vorticoso rotolamento sotto file di poltrone pesanti, posate sul fondo, dove la polvere accende le liste di luce che sprovano questa penombra, sedute già occupate da obesissime signore vestite di colori sgargianti e pizzi e trini, venute quì come esauste già prima di prendere posto dinanzi al tavolo degli officianti, in un trionfo come di ricette culinarie o di osservazione degli uccelli, come se l'anello con un ultimo barbaglio chiaramente avesse striato il suo percorso, come a farsi trovare, come a innestare una marcia superiore, uno sparimento nel punto, un inabissamento tra code di tappetti, crepe nel battiscopa, ed allora la nutrita delegazione dei giovani amici dello sposo, tra il divertito ed il precipitoso, i quarantenni tutti a carponi, nel rumore e nello sghignazzo prendessero a cercare il gioiello sotto la fila delle poltrone, mentre i due sposi, un poco ingessati dall'emozione, all'impiedi dinanzi all'ufficiale annoiato ma non critico per il suo balordo operare, sposi non ancora, cioè del tipo sposi promessi, si guardassero dietro le spalle, senza muovere i piedi, forse persino pudicamente con le mani giunte sul davanti, 'sto paio di avvezzi maiali con le manine pudicamente a proteggere i grembi, se si girassero negli abiti eleganti, indossati per la prima volta, se provassero e si torcessero nei loro busti, nei loro quarti migliori, e riuscissero, non potendo pienamente vederli, non potendo come impiombati voltarsi compiutamente e volgere i loro sguardi interi, riuscissero comunque ad indovinare gli inginocchiamenti della turba dei maschi che frugano per il cerchietto d'oro sotto una pesante fila di poltrone tardo ottocentesche, il pegno d'amore chi ormai lo cerca per chi altro e per cosa, come se questo paio di sposi novelli, ma sposi fra qualche minuto ancora, non riuscendola a scorgerla per intero, si cercasse di vederla con gli occhi della mente 'sta piccola brigata di trentenni-quarantenni a quattro zampe, guaente, lapposa, più lombricale che umana, alla cerca, alla questua di una indicazione, un segno che significhi, una freccia che indichi il ritrovamento, un ritrovato, un reperto...
elvio è un fatto di carne e sangue per me, e le immagini ci ritraggono assieme, in pose rinascimentali non riuscite, tra le sue opere sommariamente assommate alle mura, una teoria da capogiro alla quale noi chiediamo conto dello sfondo. elvio brandisce un pennello e lo fa fremere veementemente. è la quinta volta che riproviamo questo nostro ritratto. ripetiamo gli scatti in successione laboriosa perché non si distingue mai il pennello che elvio ha con sé. o lo copre col braccio oppure lo para invisibile dinanzi allo scuro del
suo stesso profilo. adesso lo muove con una tale intensità da renderlo trasparente alla fotrografia. io sorreggo libri di poesia e di arte (letti da elvio perché di sua proprietà): dovrebbero suggerire che io sia ritratto in veste di umanista.
a rRroma di sabBato, qualche palata di capolavori nella mattina dopata di rRroma:
che è bastian (P.) uno che randella e pesta come pochi, quando decidere di torchiare con la sua arte, ma ci sono anche alcuni picchi d'abissità suoi che impressionano lancinantemente, e poi grandi tele dove si distende e ricomprende. troppo grazia per il mio cervello poco, sono stato sopraffatto del tutto. due ore quasi insopportabili, v'assicuro, un tale patema da sostenere.
triplo ritratto (giorgione a sinistra, tiziano figura maschile, bastiano a destra)