come se, durante la celebrazione di un matrimonio, all'ufficiale dello stato civile sfuggisse di mano la fede della sposa, prima di poterla consegnare nel palmo aperto verso l'alto dello sposo, e con sonante tinnio aureo l'anello toccasse il pavimento in marmo per rimbalzare più volte in rapidissime ellissi, e poi sparire in un vorticoso rotolamento sotto file di poltrone pesanti, posate sul fondo, dove la polvere accende le liste di luce che sprovano questa penombra, sedute già occupate da obesissime signore vestite di colori sgargianti e pizzi e trini, venute quì come esauste già prima di prendere posto dinanzi al tavolo degli officianti, in un trionfo come di ricette culinarie o di osservazione degli uccelli, come se l'anello con un ultimo barbaglio chiaramente avesse striato il suo percorso, come a farsi trovare, come a innestare una marcia superiore, uno sparimento nel punto, un inabissamento tra code di tappetti, crepe nel battiscopa, ed allora la nutrita delegazione dei giovani amici dello sposo, tra il divertito ed il precipitoso, i quarantenni tutti a carponi, nel rumore e nello sghignazzo prendessero a cercare il gioiello sotto la fila delle poltrone, mentre i due sposi, un poco ingessati dall'emozione, all'impiedi dinanzi all'ufficiale annoiato ma non critico per il suo balordo operare, sposi non ancora, cioè del tipo sposi promessi, si guardassero dietro le spalle, senza muovere i piedi, forse persino pudicamente con le mani giunte sul davanti, 'sto paio di avvezzi maiali con le manine pudicamente a proteggere i grembi, se si girassero negli abiti eleganti, indossati per la prima volta, se provassero e si torcessero nei loro busti, nei loro quarti migliori, e riuscissero, non potendo pienamente vederli, non potendo come impiombati voltarsi compiutamente e volgere i loro sguardi interi, riuscissero comunque ad indovinare gli inginocchiamenti della turba dei maschi che frugano per il cerchietto d'oro sotto una pesante fila di poltrone tardo ottocentesche, il pegno d'amore chi ormai lo cerca per chi altro e per cosa, come se questo paio di sposi novelli, ma sposi fra qualche minuto ancora, non riuscendola a scorgerla per intero, si cercasse di vederla con gli occhi della mente 'sta piccola brigata di trentenni-quarantenni a quattro zampe, guaente, lapposa, più lombricale che umana, alla cerca, alla questua di una indicazione, un segno che significhi, una freccia che indichi il ritrovamento, un ritrovato, un reperto...

come quando, a festa già finita, una femmina slanciata in una abito nero di raso, aderentissimo sul corpo da desiderio, alto alla coscia e sceso sul seno sino a quasi mostrare i capezzoli, stagliandosi come una carattere di stampa bodoni sulla nostalgia dell'aurora, appoggiandosi alla spalla di un accompagnatore in fracche ma col farfallino slacciato, quasi scivolato via, la camicia aperta e le mani in tasca, sciogliesse il laccio dei sandaletti a tacco alto, lasciandoli cadere quando alzasse il tallone, sul sostentamento d'un'ultima breve euforia, prima che l'ebrezza dei vini e delle danze dilegui tutta, se, stirandosi quasi verso il pallore esausto dell'alba primaverile, potesse riportare non l'eco sola ma la sinusoide vera e corporale della musicamusicamusica e far ripartire le seduzioni, provocare gli orgasmi e fugare ognuna di queste ansie, come di postumi anfetaminici, come potesse tornare all'abbraccio turnante delle tenebre e nascondersi in una pienezza bugiarda e apportatrice di godimento, che la luce spezza nel suo irraggiamento di cristalline verità, contro la luce che è il vero che è dolore