e c'è 'sta cosa quì, una spina nel fianco, un molo che è finito in mare, un grattino di ruggine sul talento... davvero TU non fare nulla per me, non ci ho voglia io di fare per me stesso, figurati. all'anniversario di matrimonio ci arrivo vivo comunque. volevo dire ci arrivo lo stesso, che rimava con me stesso. posso catapultarmi sulle date, sorvolare epoche. tanto ripasso tutto mangiando. sgranocchiando sovrane riccamente illustrate e pagine e pagine di sussidiario con la carta patinata, mando tutto giù col cordiale. questa storia che non sono stupido ed allora dovrei agire intelligentemente. ambisco l'oblio. vagheggio ebbrezza. « oh e visto che ci sei ficcaci dentro, tanto è facile, anche la parola perturbamento. » facile sì quando il messaggio è nel segnale, nel mezzo di trasmissione, non nel messaggio empiricamente significativo in sé. facile, visto che non c'è diritto di replica a questo, in questo. eppure potrebbe essere stato divertente essere ancora meno di così. è che non si deve dar voce solo allo
stato di grazia
alla pienezza dell'ispirazione
anche l'arsura di sete, la secchezza d'una carta bruciata, il pozzo essiccato vogliono la loro mancanza di sonorità, il loro rauco fonema insignificato e ripetente. poi ad editare il posto c'è sempre tempo. nel sogno m'inquieta una ridondanza insignificata di cannavaro al citofono che supplica: « eh chiellì, che me li ridai i legamenti sani? »
se credete che il sentimento sia un'oscena trappola ideata dal mondo immondo per invischiare i viventi, disaugurabile persino all'acerrimo avversario , allora non sapete niente dell'amore.
c'era una volta una base antartica che c'è scoppiato l'amore ed allora c'hanno fatto un filme.
però il filme era americano, non più antartico, e gli attori non erano uomini veri, ma innamorati per finta. non mi ricordo forse c'erano anche le donne dentro al filme.
durante il filme però poi raccontava che l'amore se li mangiava tutti, dilaniandoli orribimente, e strappandoli a pezzi e sbudellati in giro con schizzissimi di sangue nella base antartica e sul ghiaccio dell'antartico. che fa effetto il sangue schizzato di forza dall'amore dai corpi degli amati sul ghiaccio candido dell'antartico. ma li sbrindellava solo per amore e però loro si spaventavano e gli gridavano contro: « arg tu no! ah ah arg! amore bastardo schifoso! ah arg no! ah!» per tutto il filme.
ma l'amore per tutto il filme diceva solo: « mmmhm mmmhm mmmhm » e loro non lo capivano e allora gli volevano male, e gli gridavano tutti contro: « ah! muori muori amore schifoso muori tu piuttosto al posto mio! » e un altro gli gridava contro: « ah! crepa amore schifoso! » fino alla fine del filme e non si facevano più la barba né la cacca per sfuggire ad amore. però mangiavano i budelli degli innamorati sbranati.
io credo che c'avessero ragione alla fine del filme a farlo saltare in aria quel bucodiculo d'amore, però lui era buono e se li mangiava facendoli urlare per amore, è solo che non lo avevano capito. cioè che non lo avevano capito quando lui, fermandosi pure dopo che l'aveva solo ammazzati, gli diceva solo: « mmmhm mmmhm mmmhm » fino alla fine del filme.
durante la pubblicità non hai commentato sui blogghe agli amici. sanno che ti dimentichi. avessero voluto, qualunque cosa, la avrebbero. e poi, a dir la verità, non eri forse così indaffarato - non fare però la faccia di renato rascel in aspettando godot - che non avresti potuto neanche volendo? con la spillatrice stavi riunendo miliardi di girotondi di bambini di quelli che si sagomano con le forbici, obbligatoriamente coi fogli a quadretti grandi: un carosello di maschietti ed uno di femminucce, evvaicosì, con le treccine e la gonnellina. hai anche scritto un trattato scientifico perché non sia morale l'utilizzo del nastro adesivo, in questa operazione. ma poi è abbrutito il cuscinetto posatorio di forbici non utilizzate al momento. s'è scatenato pure l'omino che mantiene curve le impugnature delle forbici e s'è messo a litigare con il collega addetto alla drittura del filo delle forbici stesse. ma tanto a te cosa importa, tu la vita la sagomi con tanto di zelo, e ad una zeta così nessuno resiste più oggigiorno, ma… dopo la prossima pu-bbli-ci-tà:

alle tredici e trenta scatta l'orario obbligatorio del buon umore. ma alle tredici e ventinove tu stai ancora leggendo cuore. l'orologio cerca di attirare la tua attenzione agitando le lancette, e se avesse la sveglia trillerebbe con una voce spensieratamente argentina: ma con quell’agitarsi di sfere, anche guardandolo con attenzione, non capiresti mai l'ora esatta, e poi hai ancora gli occhi gonfi di pianto, quasi singhiozzi ed il tuo cuore trabocca una commozione priva di gaudio. alle tredici e trentuno il grande e gaio inquisitore ti condanna, nel tripudio di risa sguaiate e pacche sulle spalle, in un lancio di coriandoli e multicolori stelle filanti. i tuoi amici sono felicissimi della condanna che ti è comminata, con ilarità godranno della tua punizione. c'è anche l'aggravante che non ti sia asciugato quelle amarissime e cocenti lagrime che ti rigavano le gote. il tuo avvocato, quando riesce a non sganasciarsi di risa, si sbraccia invocando ancora l'attenuante, gridando con voce comica e grottesca, come da obbligo deontologico: ma l'attenuante… ah l'attenuante, ma quanto se la alliscia l'attenuante il tuo legale: a giudicarti sei un cretino integrale.
PS = naturalmente io non posseggo un'audi
e tutte queste madonne accosciate a fianco strada a pisciare con le calze e le mutande ormai imbrigliate ad alzo caviglia che minchia significa struttura cognitiva quando uno zanzio di peli appena sbirciati disface tutte le idee matematiche in un indurimento non per dappocaggine ma per casi fortuiti come dire per i casi fottuti: così signorine, se inoltre scoperte dietro le macchine, quasi a lembo prato che finito pisciare vi molleggiate un poco sulla coscia per sgocciarvi e ci ridete contro, ci sfidate a sfidare la curvatura dello spazio per giungervi coi nostri sguardi alle fichette vicine sììììì ma un poco discoste dal nostro campo visivo, così infrangete la nostra possanza in un pulviscolo dell'infamia le zanzare dentro ai piatti le mosche -
le mosche -le mosche intontite
la differenza non è certo nella sostanza, non in quel genere di cose. la polpa, il succulento, non è questione che possa essere altrimenti. la variabilità, senza che ne rimanga alterata la storia del cosmo tutto, può attenere solo ad enti posti sopra, o intorno a ciò che è necessario o necessariamente così costrutto. la varianza che non distrugga, non cancelli, non dimentichi, è delle forme, delle apparenze. vorremmo fosse evidente come l'accenno sia posto: alle vanità. che fossero detestate le vanità in questo momento fortissimamente. si capisce che in definitiva non ce ne frega molto? siamo di passaggio qui, e non abbiamo compresi bene i meccanismi, questo genere di cose, se intendete cosa noi intendiamo. se vi credete nel giusto, noi allora ci crediamo di più (nel senso che noi allora crediamo noi stessi essere nel giusto più di voi). ed èsbalorditivo come invece voi perseveriate nella vostra infondata idea di giustizia. cosa ci rende così poco comunicativi, così ragnosamente desiderosi d'imbozzolare l'altro ed attoscarlo col siero delle nostre impertinenze, sbranarlo davvivo con la futilità delle argomentazioni, ma neanche ci chiamassimo heidegger, con il biasimo dei nostri tamburi, fossimo i metallica, col pauperismo d'un blogghe qualunque tra i centinaia di milioni
ma noi abbiamo l'immagine della indefinitezza di qualsiasi dire, scientificamente ricavata e certa e quindi creduta:
cioè scientificamente e rigorosamente è possibile scrivere:
qualunque discorso, anche il discorso che parla di sé, allontana dal ciò che è parlato, quindi apporta menzogna, scarto d'errore, assassina un poco di verità qui ed un poco di verità lì. ma la verità è un'apparenza, una forma vanitosa. sostanza e polpa è il suono del discorso, la cavernosità d'un baritono, lo schiocco d'una bocca ad un sesso...[naturalmente quest'ultima proposizione può essere solo scritta ma non parlata, altrimenti perde validità scientifica, in virtù del suo senso, quindi può essere scritta ma non letta, in quanto anche la lettura è una forma del discorso, una vanità -con verità assassinata- del discorso]
...misurate il mondo in pedisseque maniere. il novero degli strumenti e delle graduazioni rende vano ogni tentativo di standardizzazione. ma invece ecco questo mondo porco-(essa/esso ? -il mondo è una terra, tanta marina, un'anima: quindi è femmina, no?), divenire, cioè essa mondA divenire la musura di convenzione per eccellenza. questa porca mondA (suona bello ossimorico, no?) ci appecorona, ci intorcina, ci addobba e persegue nella sua opera sartoriale o da becchino prima della sparatoria (nei firmi di uestern cau boi) anche nei momenti che la misura è data, che la misura è colma. questo contenimento terracqueoso, unica dimensione che ci compete è, se utilizziamo la critica intestinale, anziché la ragion pura, paragone e superamento. ci desitua percorrere a nostra misura la mondA intera, mentre essa scorrazza incurante per un cosmo intero. ci spaura delle volte solo lanciare avanti lo sguardo. e questo sguardo essa mondA lo ripete intorno al suo equatore un numero non mensurabile di volte perché tanto essa è palla che non comincia e non finisce, mica una retta. noi siamo le rette a confronto di palla mondA. possiamo pure segnare il cammino verso casa, addentrandoci nel bosco, con miche di pan secco. in uno schiocco, con un ponfetto arispuntato in su la crosta terrestre, son ora milioni di milioni i boschi che stiamo percorrendo e miliardi di briciole di pan secco segnano una moltitudine di sentieri, di vie migranti, di ascese al monte e cadute all'abisso. il senso della misura dovrebbe essere il dare un termine, un luogo di finimento, a tutto ciò che diviene troppo grande o la cui piccolezza le nostre dita non arrivano a prendere. ma però essa mondA è già luogo, verso la magnificazione, dove lo sfinimento non occorre, dove un limite non viene valicato, poiché è reso inesistente. ed allora più facile lasciarsi includere, che non basta esserci sopra, magari in una via periferica durante una pioggia scosciante, per essere veramente contenuti, misurati dalla porca mondA, s'intende. la misura è contenimento, quando essa mondA ci avvolge, ma è solo frustrante bucamento del liquido quando srotoliamo il geo-mètro dicendo: mettiti là io arrivo e poi vediamo un po'. contenimento della mondA potrebbe essere anche solo svegliarsi al mattino, ma azioni più raffinate, pensamenti più sottili ci allibrano alla sensibilità di essa mondA. un lasciarsi andare continuato, un affiorare sotterraneo, quasi una disintegrazione programmatica, questo ci avvia bene alla pesa della mondA. la parcellizzazione della volontà, una fortissimamente perpetrata cartolarizzazione delle pulsioni egotiche, della prime persone insistite, dei soggetti a cascata dalle analisi logiche, tutto aiuta a distendersi scevri di bisogni, persino insensibili alle comande, ai divieti, in quella vulva ovattata dove il nostro peso è il nostro nome, il nostro piccolo destino macchiato di sangui l'estensione e l'età medesima dell'universo
ah mostro internetto ti digito una domanda mi vomiti milione risposta ah mostro internetto mi entrano dentro la casa senza movimento ed entro dentro alle case senza movimento ah mostro internetto ciò che non funziona dentro oramai di me è quello che non ho verificato nei motori delle tue rame ed il mio merito e quel poco di giusto che m'inanima fonda sulla giustezza d'un tuo algoritmo oh mostruoso internette brevettati il colore digitalizzati l'apice del piacere più sensuale oh leviatano che soffochi ogni voce perché tu puoi copiare e incollare tutte le voci che schiacci tutte le scritte e le immaginate perché hai la potenza di calcolo che le sovrasta e le fotoscioppa e le suona come automi ah ah ah internette ah privo della pietà e spietatissimo internette posso solo spengere il mio elaboratore ma tu internette mostruosissimo hai gli ragni a miriadi che zampettano la rete tutta e noi siamo catturati morsi e attoscati e mangiati vivi
e vide che camminava velocemente, in piena bocca, le fauci calme, anche lui è anche un magnifico trionfo di più cieca rabbia
assume la banda oltre il bordo, la banda e il campo che allungati sotto sobbollire di distorsioni si dimostrano più all’avanguardia del tempo avvenire, gratificanti dei rotoli di piacere e dalla loro coerenza,
lui invece lentamente ossessionato a guardarsi l’ombelico, gran persona in controllo-robba e, oh!, grida dritto